Che cosa sono i pesci?
Se poniamo questa domanda, di solito ci sarà risposto: “Semplice, animali marini!”. In effetti, nel gergo comune è molto facile che con questo termine siano compresi molluschi, crostacei, echinodermi e altro.
A fare i precisi, le cose sono più definite ma non prive di particolarità. Ciò che accomuna i pesci è l’essere animali acquatici, ectotermi, che respirano tramite branchie, ma non sempre hanno appendici pinniformi o scaglie dermiche. Pensiamoci bene: i pesci sono animali che riescono a vivere in ambienti molto ostili e che sono capaci di prodezze meravigliose.
Molti di loro riescono a vedere nella quasi totale oscurità, altri restano immobili controcorrente in un flusso turbolento oppure riescono addirittura a risalirlo. Tutti poi riescono a estrarre l’ossigeno da un ambiente che rispetto alla terraferma ne contiene pochissimo e nonostante questo avere metabolismi così prestanti da essere velocissimi nel nuoto.

La storia dei pesci inizia circa cinquecentocinquanta milioni di anni fa, in un periodo del paleozoico chiamato Cambriano. A quel tempo i pesci erano molto diversi da come siamo abituati a vederli. Per prima cosa saremmo sorpresi nel notare che erano del tutto sprovvisti di mascelle: da questa caratteristica prendono il nome di agnati. Questo gruppo oggi è per lo più estinto ma restano ancora le lamprede e le missine a ricordarci come tutto ebbe inizio. Gli agnati moderni oltre a non avere mascelle non hanno scaglie né pinne. Hanno aperture branchiali circolari non coperte da opercoli.
Le missine vivono in genere in acque profonde dove si nutrono di organismi marini morti. Si attaccano alla carcassa tramite una lingua provvista di “denti” che si piega a tenaglia. Dopo si annodano su loro stesse e spingono il nodo verso la carcassa così da “spingersi via” staccando brandelli di cibo.
Non è raro che in fondo all’oceano una comunità di missine si cibi per anni di una carcassa di balena. Le lamprede invece hanno una bocca circolare e sono per lo più parassite.

  

Missina (a sinistra) e lampreda (a destra)

La vita in mare non è mai stata semplice e per questo motivo dopo qualche milione di anni iniziarono a comparire le prime corazze: parliamo degli ostracodermi. Essi – oggi del tutto estinti -erano ricoperti di placche a scopo protettivo ma come i loro predecessori erano privi di mascelle. Furono soppiantati dai placodermi, corazzati anch’essi ma dotati di mandibole e mascelle. Da essi, infatti, originarono gli gnatostomi, ossia i pesci con mascelle come li conosciamo oggi. Ai placodermi, estinti pure loro, dobbiamo anche lo sviluppo delle prime pinne pelviche che molto più tardi diventeranno le zampe sulle quali furono conquistate le terre emerse.

Tra gli gnatostomi, quattrocento milioni di anni fa (ossia nel Devoniano) comparvero i pesci cartilaginei o Condroitti. Oggi li conosciamo come squali, razze, torpedini e hanno questo nome perché il loro scheletro è cartilagineo. Questa è una caratteristica derivata perché i loro antenati avevano ossa ben sviluppate. Come tessuti mineralizzati restano le scaglie, le spine (in alcune specie) e i temutissimi denti che chiunque abbia anche solo visto un documentario sugli squali ricorda molto bene.
Gli adattamenti di questa classe sono così formidabili che ancora oggi si contano quasi mille specie viventi.
I pesci cartilaginei si dividono in Elasmobranchi (tredici ordini tra cui squali, palombi, gattucci, razze, ecc.) e Olocefali (chimere).
Soffermandoci sugli “squali” possiamo dire che essi rappresentano circa la metà degli elasmobranchi; in effetti questo gruppo è così variegato che le dimensioni dei suoi componenti variano dal metro scarso dei gattucci ai quindici metri dello squalo balena. Tutti i rappresentanti di questa classe hanno un meraviglioso corpo affusolato così idrodinamico che anche le scaglie che lo ricoprono (dette placoidi) sono strutturate in modo da ridurre l’attrito con l’acqua. Contrariamente a ciò che si crede la loro vista non è molto sviluppata, cosa che non può dirsi degli altri sensi.
Gli squali rintracciano le loro prede a distanze considerevoli grazie ai loro organi olfattori e al sistema della linea mediana che consente loro di percepire vibrazioni anche minime. Il loro arsenale comprende anche le cosiddette ampolle del Lorenzini grazie alle quali riescono ad avvertire i campi bioelettrici emessi dagli altri animali marini.
A competere come numero con gli squali troviamo le razze, le quali rappresentano con buona approssimazione l’altra metà delle specie di elasmobranchi. Esse mostrano degli adattamenti necessari a vivere sul fondo marino: hanno un corpo appiattito derivante dalla fusione tra pinne pettorali e capo. Le aperture branchiali –che negli squaliformi sono laterali- sulle razze sono sulla superficie ventrale. Sebbene molte specie di razze si nutrano di crostacei e molluschi nascosti nella sabbia non si può dire che siano disarmate: alcune emettono scariche elettriche molto forti per stordire prede (e predatori) mentre altre hanno delle code dotate di spine velenose.

Le chimere invece si sono staccate precocemente dalla linea evolutiva dei condroitti. Oggi se ne contano una trentina di specie con caratteristiche particolari quali assenza di denti (sostituiti da placche ossee piatte e larghe) ed una mascella superiore fusa col cranio.

In questi anni il mercato delle pinne di squalo sta mettendo seriamente a rischio la sopravvivenza di questi animali che grazie alle loro meravigliose capacità dominano i mari dalla notte dei tempi. La pesca indiscriminata procede a una velocità molto superiore al tasso riproduttivo di molte specie di squalo, che in alcuni casi richiede alcune decine di anni solo per il raggiungimento della maturità sessuale.

Quando parliamo di numeri però a fare la voce grossa sono i pesci ossei (Osteitti). Sono loro a venirci in mente quando pensiamo ai pesci e in effetti si stima che questo gruppo enorme rappresenti il novantasei per cento delle specie esistenti: ad oggi si ritiene ce ne siano almeno ventottomila.
Essi comparvero nel Siluriano (ossia poco più di quattrocento milioni di anni fa) e da allora hanno conquistato gran parte degli ambienti acquatici. Essendo così tanti non ci stupisce che i pesci ossei siano molto diversificati in quanto a forma, dimensioni, colori. Tra i loro tratti in comune abbiamo una vescica natatoria o dei polmoni tramite i quali riescono a respirare in acqua (e in alcuni casi anche al di fuori di essa).
La prima suddivisione è quella tra Attinopterigi e Sarcopterigi: i primi hanno pinne a simmetria raggiata mentre i secondi hanno pinne carnose a simmetria lobata.
Gli attinopterigi sono moltissimi: da soli contano più di ventunomila specie.
I più antichi Attinopterigi erano i Paleonisciformi: oggi non ci sono più ma i loro discendenti (pochi a dire il vero) sono i Biscir, pesci d’acqua dolce africani.
Il secondo gruppo è quello dei Condrostei, rappresentati tra l’altro da storioni e pesci spatola.
Il terzo gruppo è quello dei Neopterigi, tra cui il principale clade è quello dei Teleostei, i comuni pesci. Essi hanno avuto un successo enorme, infatti, da soli rappresentano circa la metà delle specie di Vertebrati.
Il successo dei Neopterigi deriva da molteplici fattori. Il loro percorso evolutivo li ha resi slanciati e flessibili. Le loro pinne si modificarono di conseguenza per far fronte all’acquisto di questa ulteriore velocità e la vescica natatoria li rese capaci di modulare finemente il loro assetto in acqua. Le mascelle, poi, si sono così diversificate da conferire alle diverse specie la capacità di masticare, frantumare e schiacciare.

I Sarcopterigi sono divisi in Dipnoi e Celacanti e sono molto meno numerosi: in totale se ne contano sole otto specie.

I primi hanno un polmone che consente loro di respirare al di fuori dell’acqua. Durante la stagione secca si ricoprono di un muco schiumoso all’interno del quale restano dormienti fino alla successiva stagione delle piogge.

Il secondo gruppo di pesci a pinne carnose è rappresentato dai Celacanti. Questi animali si ritenevano estinti da settanta milioni di anni ma con grande stupore all’inizio del novecento fu ritrovato un esemplare spiaggiato al largo del Sudafrica.
Oggi se ne contano circa duecento esemplari al largo delle Isole Comore. Tra le loro peculiarità sappiamo che nascono da uova di circa nove centimetri (le più grandi uova di osteitti conosciute) e hanno una vescica natatoria contenente grasso dunque non utilizzata nella respirazione.

 Esemplare di Celacanto

Il caso del celacanto è emblematico di quanto i mari abbiano ancora da rivelarci. Purtroppo però l’avidità dell’industria ittica e le altre vessazioni di matrice umana a carico degli ecosistemi marini stanno rapidamente portando al declino di molte specie marine, alcune delle quali non ancora scoperte e i cui segreti rimarranno per sempre negli abissi.

By | 2018-04-04T11:46:30+00:00 aprile 3rd, 2018|Categories: Biologia, Ultimi articoli|Tags: , |0 Comments

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