Sono numerosi gli avvistamenti dei subacquei Salentini di specie marine “aliene”: specie tropicali per lo più. Recentemente abbiamo assistito alla comparsa del Pesce Flauto, è stato più volte avvistato nella baia di Porto Badisco, ma non è l’unico caso. Ci siamo rivolti a l’esperto ricercatore dell’università di Bari, Dino Pierri per capire le cause del proliferare di queste specie “aliene”.

Pesce Flauto

Direi che potremmo iniziare questa intervista con il presentare Dino Pierri chi è e di cosa si occupa.

Mi sono laureato a Lecce in Biologia, dove ho svolto anche il mio dottorato specializzandomi in ecologia. Nel tempo i miei studi si sono concentrati sempre più sulla biologia marina e sulla conservazione e tutela degli ambienti marini costieri. Dopo un breve periodo presso il CNR di Taranto (il glorioso istituto Talassografico che fu voluto dallo studioso Attilio Cerruti e che ora porta il suo nome, vanto della città Ionica), ho iniziato a collaborare con l’Infrastruttura di Ricerca Europea “LifeWatch”. Per esigenze familiari e lavorative, mi sono trasferito a Bari, dove attualmente ancora svolgo la mia attività di ricerca. In LifeWatch mi occupo della gestione di big-data sulla biodiversità e insieme ad altri colleghi, abbiamo creato un ambiente virtuale di ricerca per lo studio delle specie aliene in Italia e in Europa. La possibilità di avere accesso ad una grande quantità di dati, di biodiversità ed ambientali, ha permesso, credo per la prima volta, di affrontare la questione delle specie aliene da un punto di vista macroecologico, ovvero considerando contemporaneamente più specie in più ambienti. Nel contempo non dimentico la mia passione per lo studio della ecologia e biologia della conservazione, continuando a studiare le biocostruzioni marine e a seguire con attenzione il destino delle popolazioni dei cavallucci marini lungo le nostre coste

Oltre che Ricercatore e Biologo di professione tu sei anche un appassionato Sub, nel corso dei tuoi lunghi anni avrai sicuramente notato dei cambiamenti dell ’habitat marino, sia dal punto di vista della “salute” vera propria, dovuto sicuramente al cambiamento climatico, all’ inquinamento e alla pesca intensiva, sia dal punto di vista delle specie che popolano i nostri mari. Come hai visto cambiare l’ecosistema marino?

Chiunque come me, che abbia vissuto il grande cambiamento turistico balneare (ho 48 anni) del nostro territorio, si è reso conto che il pesce è diminuito, che le cernie sono quasi scomparse dalle nostre coste, che le praterie di Posidonia hanno lasciato il posto a distese di sabbia con qualche residuo ciuffo isolato. Purtroppo il paesaggio sottomarino sta cambiando e anche piuttosto velocemente. Non si può parlare di una modificazione dell’ecosistema marino immediatamente percepibile su larga scala ma sicuramente gli attori (le specie) stanno cambiando e le risposte a questi cambiamenti le leggiamo dopo qualche decennio. È difficile spiegare quale potrebbe esserne la causa. Probabilmente non c’è n’è una sola quanto piuttosto va cercata una serie di concause e, a malincuore debbo ammettere che tutte denunciano una responsabilità dell’uomo, diretta o indiretta. Sicuramente, a partire dalla nostra generazione, l’uso delle coste è andato via via sempre più intensificandosi, così come è aumentato il turismo nautico che richiede sempre maggiori posti barca. Sono sorti villaggi lungo la costa, a volte anche di imponenti dimensioni e i piccoli centri costieri, una volta popolati da poche centinaia di persone, raggiungono ora densità di popolazione superiori di 10 ordini di grandezza. Ognuna di queste attività colpisce ai fianchi l’ecosistema marino, sfiancandolo e togliendogli un po’ della sua capacità di riprendersi. Non parliamo poi della vergognosa attività di sfregio attuata dai raccoglitori di datteri di mare (perdonatemi se non uso il termine pescatori) e della non minore responsabilità dei consumatori – quanto di più lontano dall’etica e dalla morale possa essere descritto per il mondo marino. Un sistema che cerca in tutti i modi di sopravvivere – e per ora ci riesce – si trova a dover fare i conti con la globalizzazione. Indagini per la ricerca di nuovi giacimenti, pesca a strascico, sversamenti di idrocarburi, plastiche alla deriva, non sono certamente meno preoccupanti. Se da una parte aumenta la temperatura media annuale a livello mondiale, dall’altra, le specie si stanno muovendo senza più alcuna barriera fisica ed ecologica, invadendo nuovi territori. Queste specie, definite “aliene”, se sopravvivono, entrano a fare parte della struttura di comunità nativa e iniziano ad interagire con le specie locali, in una lotteria in cui chi vince e chi perde è ancora difficile prevederlo.

Quali sono le specie marine “aliene” che popolano oggi i nostri mari?  Quali sono i fattori che hanno inciso sul proliferare  di queste specie?

Difficile dirlo, ogni anno si aggiungono sempre più specie e il numero è destinato ad aumentare, sempre. Ad esempio, nel 2010 sono state registrate 38 specie aliene in Puglia e nel 2017 sono diventate circa 60. Nello stesso periodo nei mari di Taranto si registrava un incremento delle specie aliene da 20 a 43. Il dato però che dobbiamo tenere a mente è che nel Mediterraneo oggi se ne registrano più di 750. Qui le aliene hanno diversi modi di entrare. Si sta facendo strada la possibilità che l’acquacoltura abbia un ruolo maggiore di quanto si pensasse, anche se attualmente, le maggiori invasioni biologiche si realizzano attraverso il Canale di Suez, recentemente ampliato. Le specie che arrivano dal mar Rosso sono ad affinità calda, colonizzano le coste africane e da qui lentamente, seguono percorsi articolati che le portano a conquistare zone sempre più a Nord. A queste si aggiungono quelle ad affinità fredda che arrivano dall’Atlantico. Basta una carta geografica per capire perché l’Italia (con la Grecia), trovandosi al centro del Mediterraneo, è destinata a ricevere una grossa fetta di quelle 750. Insomma, come dire, prepariamoci all’impatto. Tutto sommato non sarebbe neanche male arricchire i nostri mari con qualche centinaio di specie nuove, alcune anche belle da vedere o buone da mangiare. Aria nuova e nuovo DNA. Il problema è che giocare con le nuove introduzioni (in Australia lo sanno bene) è un po’ come giocare alla roulette russa. Nel grande carrozzone alieno, oltre alle specie “buone” ci sono anche ospiti sgraditi che possono interferire sia con le specie native sia con l’uomo, essendo tossiche o velenose. Ad esempio, le segnalazioni del pesce palla maculato, sono sempre più frequenti anche in Italia. Questa specie raggiunge taglie considerevoli e potrebbe essere da noi accidentalmente consumato. Peccato però che le tossine contenute in alcune parti del suo corpo siano responsabili in Giappone, dove viene consumato, di una gran numero di decessi (è l’unico cibo vietato all’imperatore). Non sappiamo ancora se le nuove generazioni mediterranee abbiamo un corredo tossico simile a quelle dei mari tropicali ma nel dubbio, è bene tenersi lontani da ogni possibile incontro gastronomico con la specie. Contemporaneamente sono stati segnalati due altri pesci potenzialmente pericolosi, il pesce scorpione e il pesce coniglio. E altri ancora ne arriveranno, purtroppo. Alcuni belli e colorati, come il pesce imperatore, altri meno appariscenti.

Pesce Scorpione

Pesce Coniglio

Il proliferare di queste specie “aliene” ha inciso anche sul comportamento delle specie autoctone?

Certamente sì, sebbene sia complesso definire la portata delle relazioni tra le specie aliene e quelle native. Non fosse altro per il fatto che non si sono mai incontrate prima e ognuna deve sperimentare situazioni del tutto nuove. Perché queste relazioni abbiano une effetto valutabile, occorre tempo. Un esempio può aiutare: La Caulerpa cylindracea è un’alga proveniente dall’Australia, arrivata lungo le nostre coste nella seconda metà degli anni 90. Inizialmente si pensava, grazie alla sua capacità di proliferare velocemente, che potesse sostituire le praterie di Posidonia oceanica, e soffocare il coralligeno, una delle più importanti biocostruzioni nel Mediterraneo. A distanza di 20 anni questo scenario è apparso senza fondamento e l’alga era entrata a far parte delle biodiversità marina, senza alcun effetto evidente. Solo recentemente si è scoperto che, grazie agli studi condotti anche dai ricercatori dell’Università del Salento, che l’alga ha iniziato ad essere consumata dai saraghi. Questa alga contiene caulerpina, un alcaloide che crea dipendenza e interferisce con il metabolismo degli acidi grassi. Come dire che il povero sarago più ne mangia, più ne vuole e più dimagrisce. Sebbene questo possa aprire scenari facilmente intuibili, legati all’interesse farmaceutico della ricerca, attualmente si sta assistendo ad un impatto significativo sui cicli riproduttivi e sul valore economico dei saraghi. Di esempi simili ce ne sono tanti e tanti ancora ce ne sono da scoprire. Ritengo superfluo sottolineare cosa succederebbe se in mare dovesse avere qualcosa di simile a quello che il punteruolo rosso o la Xylella fastidiosa stanno facendo sulla terraferma

Sicuramente il vostro lavoro di ricerca e studio di queste specie non termina con la catalogazione delle specie “aliene” ma anche in un piano di previsione da qui a qualche anno. Come cambierà l’ecosistema marino del Mediterraneo? Sono un pericolo per il mare come lo conosciamo oggi?

Questo è un punto cruciale. Gli scenari marini mediterranei ed italiani stanno cambiando. Lo sanno bene i subacquei che frequentano le acque confinate e lagunari dove maggiore è la contaminazione aliena. Il Mar Piccolo di Taranto, meta preferita da fotosub ormai da qualche anno, è un serbatoio di biodiversità aliena. Molte delle nuove specie che sono arrivate qui, hanno occupato tutti i comparti ecologici disponibili e sono diventate tanto abbondanti da essere tra le specie più fotografate. Alghe, briozoi, ascidie, vermi filtratori, ma anche molluschi, granchi, gamberetti, spugne, fino ai pesci, sono ospiti permanente delle comunità locali. Questo scenario è destinato ad evolvere lentamente ma continuamente e assisteremo ad una graduale globalizzazione della biodiversità. Non soltanto nelle acque confinate, che sono la cartina al tornasole per le invasioni biologiche, ma anche lungo le coste più esposte, sabbiose e rocciose.  Chi non ha mai incontrato nelle basse acque costiere i granchi alieni Percnon gibbesi e Callinectes sapidus? Questa nuova situazione richiede attenzione da parte della comunità scientifica che è d’accordo nel definirla come la seconda causa di perdita di biodiversità al mondo. Quale approccio seguire? Continuare ad allungare le liste di specie aliene ha sicuramente valore ma non può bastare. Sarebbe come continuare a collezionare foto di foreste che bruciano pensando di poter risolvere così il problema degli incendi. Occorre studiare a fondo le relazioni fra le specie aliene e le specie native o, meglio ancora, fra diversità nativa, aliena e vulnerabilità degli ambienti. Dobbiamo insomma cercare di capire in che modo le specie aliene riescono a fare breccia nelle difese degli habitat ed eventualmente creare le condizioni che possano permettere loro di resistere naturalmente alle invasioni aliene. Le Aree Marine Protette hanno ad esempio il ruolo fondamentale di conservare la biodiversità e l’integrità strutturale in modo da garantire lo svolgimento dei servizi ecosistemici. Per questo rappresentano un buono strumento di contrasto anche alle specie aliene. Purtroppo se sulla terra ferma o nelle acque interne, parlare di eradicazione è complicato, in mare è addirittura improponibile. In mare è praticamente impossibile contenere la diffusione di una specie, se questa si trova nelle condizioni favorevoli per espandersi. Ambienti quanto più possibili vicini alla naturalità, hanno probabilmente le risorse per poter rispondere in maniera opportuna ed isolare una specie aliena mantenendola a livelli demografici modesti. Perché se trova spazio libero e terreno fertile, il rischio che possa diventare invasiva è alto. Quello che sicuramente possiamo fare è impedire i nuovi arrivi, bonificando le acque di zavorra delle grandi navi, i prodotti della maricoltura, controllando le attività di acquariofilia e i rilasci intenzionali. Nel frattempo possiamo cercare di raccogliere quanti più dati possibili, in termini di distribuzione, abbondanza, interazioni, in modo da creare un substrato per poter creare modelli che possano fornire utili indicazioni sui detrattori ambientali che sono alla base delle invasioni. E intervenire su di essi.

Quale consiglio ti senti di darci nel caso ci imbattiamo una specie “aliena”?

Il contributo di ognuno è fondamentale. Ovviamente non mi riferisco ad una lotta all’arma bianca contro le specie aliene. Lungi da me l’idea di proporre l’eliminazione fisica delle specie. Ho parlato però, prima, di grandi quantità di dati, necessari per poter creare modelli informativi attendibili. Più dati di quanti un ricercatore possa raccoglierne in tutta la sua vita. Per far fronte a una così grande quantità di informazioni, il contributo di ognuno è prezioso. I progetti di Citizen Science sono diventati ormai una componente comune in molti campi delle scienze. Letteralmente significa la scienza dei cittadini e pone proprio il cittadino al centro del sapere scientifico, come persona capace di contribuire alla raccolta dei dati ed alla ricerca scientifica. In tal senso ognuno può contribuire raccogliendo informazioni e segnalando gli avvistamenti. Basta poco per contribuire, imparando facilmente come registrare i dati. Che significa? Significa che occorre semplicemente ragionare da scienziato. Ad esempio fotografare le specie è uno strumento adatto a registrare il dato ma senza informazioni sulle dimensioni, sulle coordinate, profondità, data, etc., questo strumento non esprime appieno le sue potenzialità. Capisco che possa sembrare complicato ma in realtà non lo è. Se qualcuno fosse interessato ad approfondire l’argomento, mi può contattare personalmente. Vi anticipo inoltre che a breve presenteremo una iniziativa che coinvolgerà proprio i subacquei il cui contributo sarà indispensabile per creare un sistema di studio sui percorsi seguiti dalle specie aliene nella loro corsa alla conquista di nuovi territori.

By | 2018-02-19T19:40:01+00:00 febbraio 19th, 2018|Categories: Inteviste, Ultimi articoli|0 Comments

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